Lettera alla sposa

Estratti

LETTERA ALLA SPOSA
Licia Allara

L’ATTESA


Quindi, era il 22 novembre.
Sembrava che il mare, il cielo, le rocce ed il vento, in quel luogo presenti da sempre, avessero da sempre avuto un solo scopo: aspettare quel matrimonio.
Che quella chiesetta, lì da quasi novecento anni, in tut­to quel tempo avesse solamente atteso quel 22 novembre. Atteso i fiori, la musica, gli invitati e gli sposi.

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 All’inizio si era pensato di fare un matrimonio, per così dire, ‘allargato’. Pertanto, una domenica, la sposa e sua madre si erano messe di buona mattina con rubriche, agende e diari alla mano a compilare la lista degli invitati, sulla base di quat­tro criteri: si dovevano ovviamente invitare tutti i parenti di entrambe le parti, fino al quinto grado di parentela, anche se non frequentati da anni o mai incontrati (i parenti non vanno offesi e poi, comunque, non vengono); si dovevano invitare gli amici di entrambi i genitori, e i conoscenti cui, per qualche motivo, si era particolarmente legati; si doveva naturalmente ricambiare l’invito a coloro che avevano invitato gli sposi o i genitori al matrimonio di qualche familiare (non si poteva far torto a nessuno e poi, comunque, col matrimonio lontano dalla città, non sarebbero venuti); si dovevano infine invita­re tutti gli amici degli sposi, che erano veramente tanti – del liceo, dell’università, extrascolastici e almeno gli stretti colla­boratori dell’ufficio – e che, si sapeva, sarebbero venuti tutti.
Alle cinque del pomeriggio, esauste, tirarono finalmente le somme. Invitati della sposa: senza contare i bambini.
Si guardarono negli occhi e, per un attimo, si sentirono perse. Anche calcolando molto ottimisticamente che la metà degli invitati rifiutasse, e che lo sposo avesse una lista molto corta, il numero era del tutto inaccettabile. Il papà, il notaio, le avrebbe (madre e figlia) scaraventate giù dalla finestra.
Non era una questione di soldi: era una questione di stile.

La domenica successiva si ritrovarono, senza diari né agende di alcun genere, e rividero i criteri: parenti stretti al 2° grado; amici di famiglia e persone di famiglia affettiva­mente legate agli sposi; amici degli sposi, intimi e di assidua frequentazione; e i capiufficio di entrambi.
Alle 11,30 di quella stessa domenica mattina tirarono le somme, comprendendo anche la lista dello sposo: 128 invi­tati, senza contare i bambini.
Si guardarono negli occhi, palesemente soddisfatte.

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Quella mattina di novembre, quando tutto fu pronto e l’organo intratteneva gli invitati, ad aspettare gli sposi e i loro genitori c’erano, neppure a farlo apposta, cento perso­ne. Cento esatte.
Persino questo faceva pensare a un equilibrio stabile.

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Come a tutti i matrimoni, anche in quello, specialissimo, l’eleganza si sprecava.
La cerimonia della vestizione, come prima la ricerca dell’abito, per gli ospiti di sesso femminile era stata impor­tante quasi quanto per la sposa.
Come a tutti i matrimoni, ogni invitata – bella o brutta, giovane o attempata, timida o spavalda – si era sentita au­torizzata a una sofisticata ricerca che le permettesse in quel giorno di essere perfetta, al pari della sposa anche se in vesti diverse.

Così quel giorno, in abiti elegantissimi consoni alla pro­pria persona e personalità, tutte si guardavano intorno, allun­gando leggermente il collo, certe della propria perfezione.
Persino le più timide, le più dimesse, quelle che solita­mente sfuggono gli sguardi altrui e si adoperano per annien­tarsi davanti al mondo, persino loro, in quel giorno di grazia, abbassavano gli occhi fiere di ricevere degli sguardi – in verità distratti o del tutto immaginati –, vanitose nella loro ritrosia, sicure di destare meraviglia.

Diciamolo pure: il matrimonio è un evento tutto al fem­minile. Tolto lo sposo e il padre della sposa – che inevitabil­mente prova emozioni irripetibili, di gioia e commozione, simili forse a quelle del giorno in cui quella figlia nasceva, ma complicate da sentimenti di nostalgia e finanche di gelo­sia – tutta l’emozione di quel giorno è al femminile.
Chi vive la favola, l’atmosfera, l’attesa, i preparativi, le preoccupazioni, la gioia, le gelosie e le invidie, sono tutte donne: madri, sorelle, nonne, amiche, nemiche e conoscenti.

Erano loro che quella mattina arrivavano alla spicciolata, si riunivano in eccitati cicalecci, tormentavano la borsetta acquistata per l’occasione, scioglievano crocchi per formar­ne subito altri, le più romantiche isolandosi a contemplare il mare e la scogliera a qualche metro dalla chiesa, lasciandosi scompigliare un po’ – ma non troppo – l’acconciatura dal vento.
Erano loro che guardavano l’orologio con piccoli movi­menti che a stento nascondevano l’impazienza, e allo stesso tempo, con una malinconia un po’ troppo ostentata, tentava­ no di fermare il tempo di quell’attesa, in quanto sapevano che l’attesa era tutto e la comparsa della sposa sarebbe stata l’inizio della fine.
All’arrivo della sposa, infatti, tutto sarebbe precipitato: i saluti, la messa, le promesse, le fedi, la musica, le lacrime, il riso, i baci, le foto, il pranzo, e di nuovo tanti saluti. Tutto in un vortice precipitoso, fino al silenzio finale, al viaggio inverso di ritorno a casa, senza più incantesimi né niente di altrettanto magico da aspettare – per chissà quanto tempo.

Gli uomini, impeccabilmente vestiti di scuro, qualcuno con la sigaretta tra le labbra, sembravano semplici spettatori capitati lì per caso – in mezzo a quel brulichio di movimenti, in quel groviglio di sentimenti, tra quegli sguardi languidi o infuocati, divertiti, eccitati, curiosi o impazienti, in mez­zo a tutte quelle borsette, quei vestiti colorati, tra qualche cappellino e collana di perle, orecchini di brillanti, anelli e bracciali.
Mentre le loro donne (mogli, figlie o fidanzate) vivevano intensamente quell’attesa, loro semplicemente la subivano, da quelle donne dimenticati, come qualcosa di superfluo per quel momento denso di un’emozione che non li riguardava.
Se l’attesa era per veder compiersi la favola, per quell’e vissero felici e contenti che alberga da tempi immemorabili nell’animo e nell’immaginario femminile, la curiosità era invece unicamente per l’abito della sposa.
Come a tutti i matrimoni, anche a questo le invitate, senza eccezioni, attendevano di vedere la sposa non meno della favola. Attendevano di vederne la bellezza, ma non sarebbe­ro tuttavia rimaste troppo deluse nel doverne ammettere la goffaggine, l’inadeguatezza, la scarsa eleganza.

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Questa era la scena che si offriva in quel luogo, quel 22 di novembre, agli occhi di un estraneo, un quarto d’ora prima dell’inizio della cerimonia: un posto incantevole, una chie­setta romanica meravigliosamente addobbata, i profumi del mare, una musica sublime, una fibrillante attesa femminile, una pigra attesa maschile.